Altolà, dietrofront.

A causa delle incombenti difficolta burocratiche internazionali e dello sciacallaggio capitalistico, putroppo non sarò più in grado di tornare in India per compiervi i miei sperati progetti.

Credo che questo mi faccia perfettamente rientrare nelle statistiche come uno di quei giovani italiani su 5 che non ha un lavoro.

Qualche altra idea o suggerimento?

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La famosa ospitalità di Tel Aviv

Scrivo qualche riga per testimoniare, come qualcuno di più famoso fece già prima di me, la famosa ospitalità di Tel Aviv.

Il mio aereo atterra alle 03:15 AM a Tel Aviv, 15 minuti in anticipo. “Evvai!” penso io, ingenuamente. Mi dirigo scodinzolante verso la temibile barriera del controllo passaporti, che mi è stata descritta da Benni come uno scoglio con file lunghissime e tempi d’attesa estenuanti. In realtà, davanti a me, alla fila “passaporti stranieri” non ci sono più di 10 persone. “Evvai!” penso io, ingenuamente. La fila si accorcia e presto arriva il mio turno. Passo il passaporto al controllore munito di kippah, che, ancora con la testa chinata sui documenti del passegero precedente, mi augura allegro un “Happy new year!”. “Che gentili!” penso io (ingenuamente) rispondendo all’augurio di un felize anno nuovo. Intanto il controllore sta esaminando il passaporto. “Ommioddio” dice il suo sguardo “un timbro dei nemici siriani!”. Alza lo sguardo: “Ommioddio” dice il suo sguardo “una barba!”.

C: “E’ andato in Siria?”

M: “Si”

C: “Perchè???”

M: “Turismo”

C: “Quanto è stato?”

M: “Circa 15 giorni”

C: “E perchè?”

M: “Turismo”

C: “Aspetti li di fianco, la dobbiamo interrogare”

Aspetto li di fianco per un buon venti minuti, poi vengo prelevato e portato in una saletta d’attesa, con altri due passeggeri dallo sguardo confuso, uno macchinetta delle bibite che funziona solo con moneta locale e una simpatica guardia munita di kippah e pistola. Dopo una mezzoretta (sono le 4 AM intanto) mi fanno chiamare ed entro in un ufficio stile FBI. L’impiegato mi dice di sedermi e io (ingenuamente) gli tendo la mano. “No no, only talking, no touching, no nothing” mi dice con aria schifata. Va bene, mi siedo. L’impiegato si prodiga in domande più o meno di rito sui miei dati (compresi svariati numeri di telefono e e-mail), sui dati di Benni (idem come sopra). Nella lunga lista di dati richiesti (che vi risparmio) ci sono due domande che spiccano:

G: (con aria tra il faceto e il tispaccolafaccia) “Perchè porti la barba?

I: (con la tentazione di rispondergli “perchè hai quel taglio di capelli anni ’80?” ma più che altro mosso dala fifa) “Perchè mi piace”

"Barba? Quale barba, è solo un cappello!"

G: “Di che religione sei?

I: (con la tentazione di rispondergli “fatti i cazzi tuoi” ma sempre mosso dalla sopracitata fifa) “Cristiano” (???)

Dopo aver dato sfoggio di tutto il suo sospetto xenofobo, l’imiegato mi dice che devono verificare i miei dati, che ci vorra molto e che quindi posso tornare nella saletta-gabbia a farmi guardare dalle guardie armate. Ok, torno di la, ‘rivederci. Nella stanza questa volta trovo un israeliano (suppongo, visto che parla con la guardia in quella lingua) con borsa militare e una russa che, apparentemente, ha dimenticato i vestiti sopra la biancheria a casa (a parte un cappotto e degli stivali pelosi). E’ abbastanza disperata e mi fa capire (in russo) che vorrebbe usare il mio telefono visto che il suo non funziona e la stanno aspettando. Nemmeno il mio cellulare funziona, quindi rivolgo la domanda all’israeliano che evita di guardarmi o di avvicinarmi e mi dice “away, away, no, no, only receive”. “Vabbè, ‘rivederci”. Dopo un altra simpatica oretta di attesa riesco a uscire e recuperare la mia valigia che solinga e triste ruota sul suo nastro. Esco dall’aeroporto alle 6 del mattino con i coglioni molto gonfi e un senso di nausea. Per fortuna che c’è Benni.

Una scena simile si ripetera alla stazione degli autobus di Tel Aviv qualche giorno dopo, dove una simpatica guardia ferma solo me tra centinaia di passeggeri che vogliono entrare in stazione, apparentemente sempre per la questione barba. Comunque a quel punto la mia mente è già occupata da ben altri pensieri su che cosa significhi Israele e quindi ci faccio un po’ meno caso (anche se i coglioni si gonfiano comunque).

Poi qualche giorno dopo io e Benni andiamo a Halil (meglio nota come Hebron) e tutte le sensazioni precedentemente citate diventano ben poca cosa.

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Intervallo – Cani allo Sbando

Come richiesto da Giulio ecco alcune foto dei cani allo sbando indiani:

Checcariiiini!!!

P.S. Come noterete anche fra i cani allo sbando va molto di moda l’anoressia!

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In Viaggio – Parte 1

Sono tornato oggi a Delhi dopo un viaggio di circa 8 giorni. Riprendo in questo modo possesso di due cose molto gradite, la mia stanza da letto e la mia connessione a internet (semi) buona. In questi giorni devo dire di aver vissuto emozioni altalenanti e ho scritto alcuni pensieri casualoni per condividerli con chi voglio bene ♥.

“Mi trovo in una stanza d’albergo a scrivere. Non tanto per istinto, il quale mi direbbe il contrario, ma più che altro per esercizio. Viaggiare da solo non è facile, e alle volte porta a stati emotivi che un po’ inibiscono, spingono al mutismo. Spesso mi trovo a chiedermi se ci sia qualcosa che non va nella mia pigrizia comunicativa, se ci sia un qualche problema nascosto che mi impedisce di tirare fuori i pensieri su quello che vedo e che sento in questi luoghi. La risposta, però, credo sia in ragionamenti già collaudati: in fondo è una questione di disciplina, sapersi spingere a fare anche contro la pigrizia emotiva sempre presente. Certo, è una risposta chiara ma propone un metodo non facile da seguire. Ad ogni modo, sono in una stanza d’albergo, come si diceva, ad Agra. La stanza è messa ad un prezzo quadruplo rispetto a molti altri posti in India, com’era prevedibile, e non è nemmeno questo gran che: grande e pulita, arredata stile anni ’50 pacchiano e con un bagno dove solo circa tre dei buchi della doccia funzionano. L’unica cosa veramente notevole è la vista sul Taj Mahal, veramente da togliere i pensieri.

E’ in effetti un monumento che risponde alle proprie aspettative, sebben sia spremuto fino all’osso dagli indiani, vogliosi di danaro. L’atmosfera che si vive sin dal giardino è veramente quella evocata dalle descrizione dell’ideale di paradiso arabe e persiane. Nonostante la folla incredibile, si respira veramente pace e serenità e la vista sullo Yamuna (fiume sorella della Ganga) sul retro del mausoleo porta nell’aria le emozioni della giungla. La parte più emozionante è comunque l’interno: una stanza completamente buia contiene la tomba dell’imperatrice Mumtaz Mahal, sulla quale pende l’unica luce presente. Si è praticamente al buio quasi completo e si cammina in un corridoio circolare che costeggia il monumento funebre. La cosa strana è che i rumori di tutte le voci delle persone presenti si raccolgono verso il soffito della stanza e creano una spece di mormorio lungo e continuo. Sebbene queste voci siano spinte da motivazioni ben diverse, l’effetto che si crea è quello di un lamento funebre continuo, che devo dire ben si addice alla natura del luogo. La cosa strana è che mentre il monumento è un più che altro un emblema dell’imperatore più che della defunta, è proprio questo mormorio involontario che rende onore alla memoria dell’imperatrice.

Tra l’altro notavo dopo varie visite a monumenti Moghul come la struttura dei giardini/paradiso riesca a creare non solo un ambiente piacevolmente distaccato dal marasma India ma anche una vera e propria fauna diversa, composta da abbondanza di pappagalli, pavoni, falchetti, scoiattoli e altri animalucci carini (fra cui i sempre presenti cani allo sbando!). La cosa che più mi sorprende, però, è come facciano a tenere fuori le scimmie. Cioè, le scimmie, sebbene siano animali simpaticissimi, sono bestiacce infestanti: stronze, aggressive, spudorate, cattive, sporche, etc. Sono ovunque (compreso sui balconi di alcuni dei miei alberghi, come già fatto notare), ma nei giardini Moghul non se ne vede nemmeno l’ombra. Urgono indagini più approfondite!

Per il resto Agra è una città indiana veramente qualsiasi, incasinata, piena di traffico e piuttosto sporca. Ho avuto modo di girarla un po’, alla ricerca di alberghi vari, insieme ad Ahmed, un guidatore di Rikshaw con cui ho fatto amicizia e che a fine giornata mi ha portato a sorseggiare un Cay in un baracchino per strada insieme ai suoi amici. Ahmed è mussulmano, e così la maggior parte degli abitanti di Agra: come in molti altri luoghi in India, antichi monumenti islamici fanno da polo per le comunità musulmane della città, che si aggregano attorno a questi centri isolandosi di fatto da altre comunità religiose. Comunque, le città indiane e la loro struttura, devo dire, mi restano ancora abbastanza oscure: nonostante cominci ad avere qualche stralcio di pensiero a proposito, in realtà la pressione psicologica che le strade mi mettono addosso e il mondo completamente diverso a ciò a cui sono abituato in cui ti catapultano mi lascia la maggior parte delle volte con un gran senso di frastornamento.

Ad ogni modo, adesso la smetto di dire cose a caso e vado a dormire, che è meglio.

HIGHLIGHTS DEI GIORNI PRECEDENTI

Prima di muovermi verso Agra, ho speso due giorni a Jaipur, capitale del Rajhastan e città veramente notevole. Qui ho avuto modo di:

-vedere il mio primo incantatore di cobra

-vedere per la prima volta un elefante a meno di 30 centimetri dal mio naso

-incontare un ragazzo che fuori dal forte di Amber vendeva dipinti di vario genere. Dopo una decina di minuti di chiacchierata il suddetto mi ragala un bel mazzetto di disegni strappandomi la promessa che, quando sarei tornato, gli avrei portato a tutti i costi una crema anti brufoli dall’Italia, dove, si sa, sono disponibili prodotti molto buoni per la cura del suddetto problema.”

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Intervallo – Il miracolo

Per guarire dalle precedentemente menzionate malattie tropicali, qualche giorno fa ho deciso di compiere un pellegrinaggio sulle sponde del Gange (meglio detto Ganga). L’esperienza è stata alquanto piacevole, compresi gli episodi come simpatiche scimmie che salgono sul mio balcone e cercano di distruggere qualsiasi panno da me ivi steso. Ovviamente, non c’è bisogno nemmeno di dirlo, sono guarito. Tuttavia, la Dea ha deciso comunque di accollarmi una prova espiatoria supplementare, privandomi dell’acqua in casa da due giorni. Come tutti il genere umano soffrì l’assenza della Ganga sulla terra prima di essere benedetti dalla sua apparizione, così dovrò fare io (un po’ come quando tocca dire 4 Ave Maria e 5 Padri Nostro dopo la confessione). Speriamo di farcela!

P.S. Si, lo so che annuncio l’intervallo dopo averlo fatto, e bello lungo! Se il lavoro e lo studio non mi divorano tornerò a scrivere qualcosa di interessante (?).

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Malattie Tropicali

Bene, in questi giorni parlando un po’ con professori e compagnucci di corso vengo a conoscenza del fatto che quest’anno la stagione monsonica è stata molto più lunga e piovosa di altri anni. Questo lo sapevo già, viste anche le condizioni teribbili delle strade di Delhi, devastate dalle illuvioni. Quello che non sapevo è che le piogge abbondanti hanno portato un’anomala invasione di zanzare.

Purtroppo non sono zanzare normali ma portatrici di due febbri abbastanza fastidiose: la dengue e la chickenpox. Per entrambre le malattie, di cui una vera e propria epidemia è in corso in India, ci sono stati casi nella mia scuola. In particolare, una ragazza di nome Yumiko si è presa la dengue mentre una delle mie professoresse, Mamta, si è presa la chikenpox. Entrambe si sono fatte 10 giorni di ospedale. Mamta, in particolare, sembra aver risentito di più della malattia, anche psicologicamente: è diventata molto ipocondriaca e ossessionata dalle zanzare. In classe mi è capitato spesso di pensare, davanti alla sua ossessiva furia zanzaricida: “Si vabbè, sfiga una volta, ma quante volte ti può succedere?”.

L’altro giorno arrivo a casa, esco cinque minuti in  balcone e una zanzara mi morde. “Ahah” penso spavaldo “Mica sono paranoico, io!”.

Il giorno dopo mi brucia l’occhio e mi fa male la testa. “Ahah” ripenso “Mica sono paranoico, io!”. E poi Delhi è il posto più polveroso del mondo, sarà quello. A lezione la prof mi bombarda di paranoie, cercando di convincermi ad andare dal dottore, “che potrebbe essere una congiuntivite gravissima!”. “Maffigurati se vado in un ospedale, che palle, c’ho cose da fare, io!”.

In pratica, oggi ho la febbre. Vabbè, domani vado dal dottore va!

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Intervallo – Robot e Super Eroi

Come già fece il buon Luca, anch’io ringrazio la cara Ginevra per l’idea dell’intervallo, che rende felici vecchi e bambini, e scopiazzo a piene mani.

Nell’attesa di racconti di roboanti e incredibili avventure (tipo l’avvistamento di numerosi maiali randagi o di elefanti in terza corsia autostradale) condivido con voi due chicche della recente programmazione cinematografica indiana:

http://www.youtube.com/watch?v=MpMtNIhL0bs&feature=related

Tanto per dire, anche gli Indiani c’hanno da dire la loro, in tutti i campi!

P.S. Da notare come Robot sia il film in assoluto più costoso mai realizzato a Bollywood! Alla faccia di Terminator!

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India, India

Eccomi qua, dopo più di venti giorni di India finalmente riesco a scrivere qualcosa; è da un po’ che avevo in mente di cominciare a buttare giù due righe su cosa mi sta succedendo in questa landa in mezzo all’Asia, ma diciamo che Delhi mi ha riservato un’accoglienza un po’ particolare e mi ci è voluto un po’ più di tempo del previsto per acclimatarmi. La prima sorpresa è stato il fatto che al mio arrivo non c’era, come invece avevo previsto, una casa ad aspettarmi. Diciamo che non l’ho presa proprio bene. La ricerca della suddetta casa è stata poi ampiamente rallentata dal fatto che il 2 Ottobre, giorno del mio arrivo, è il compleanno di Gandhi, giorno di gran gaudio e festa nazionale in India, e dal fatto che il 3 Ottobre c’è stata l’innaugurazione dei Commonwealth Games, quest’anno tenuti dall’India, evento che ha letteralmente paralizzato la città per quattordici giorni.

Per fortuna il mio contatto qui in India,  gentilmente passatomi dallo zio di Benni, mi ha fornito un tetto sulla testa per quattro giorni, permettendomi di dormire sul letto/tavolo/divano del suo salotto. Il contatto in questione si chiama Chander, è un uomo sulla quarantina, sposato e con due figli medio piccoli, simpatico ed onesto. In volto, è un incrocio tra Fantozzi e Machete. Oltre all’ospitalità Chander mi ha aiutato a recuperare una casa, scorrazandomi in giro per Delhi per un paio di giorni (esperienza abbastanza allucinante, più che altro per Delhi in se!).

Se l’inizio non è stato dei più promettenti (La prima “casa” che abbiamo visto era una stanza in un seminterrato, senza finestre, letto di legno senza materasso e bagno stile stazione dei treni. Chander: “Beh, qua serve comprare un materasso, però…” Me:”Scordatelo”; le tre case successive non sarebbero state meglio, a meno che uno non avesse come obbiettivo quello di tornare in Italia e provocare un epidemia di lebbra) dopo un po’ Chander si ricorda di un suo amico che sta costruendo una palazzina. Partiamo con la mini Maruti di Chander e raggiungiamo la casa di Mohan. Mi offre una stanza in una casa che stanno ancora finendo di costruire. La stanza è una bomba (soprattutto visto lo standard di Delhi), il resto della casa non è ancora terminato (se Dio, o chiunque altro qui, vuole la cucina sarà pronta tra tre giorni!). Accetto. C’è un altra condizione però: il padrone di casa dormirà nella mia stessa stanza fino al 20 Ottobre. Va bene, non ho ancora intenzione di prendere la lebbra.

Nonostante le mie preoccupazioni, io e Mohan finiamo per stringere amicizia e dopo un po’ mi viene offerto anche un lavoro! Pensa te. Diciamo che pur non essendo il lavoro dei miei sogni, non è male e mi permetterà di tornare qui a Delhi a Marzo e starci per un po’, con la prospettiva di fare qualche dindino e continuare a studiare. Di fatto, quello che dovrò fare sarà gestire gli appartamenti della palazzina in cui ora vivo e in cui vivrò poi per lui e per i suoi altri due soci (uno dei due è un Sikh sulla cinquantina, di nome Guruvindar, è stato anche un incontro piuttosto interessante!) e organizzare alcuni tour turistici di una decina di giorni in giro per l’India.

Diciamo che questa è la trama principale; Delhi poi mi ha ovviamente offerto abbondantemente dai suoi mille volti, devo dire in modi che mi hanno anche molto sorpreso. D’altronde, è una città letteralmente liquida, che cambia di giorno in giorno spinta da un’onda economica imbarazzante e frenetica. Il tutto con un bel contorno di giungla, che letteralmente cresce in ogni interstizio che la città lascia libera. Ah, e poi ovviamente gli indiani, a milioni!

La suddetta folla

Comunque, spero di trovare in questi giorni un po’ più di tempo per scrivere in maniera un po’ più freqeunte. Al momento sono preso da dosi massicce di lezioni di Hindi e dall’arredamento di appartamenti (ebbene si, studia Scienze delle Religioni e puoi anche finire a fare l’intirior desain!). Ma prometto una fetta consistente di tempo al blog!

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