categories: all'aperto, Italia, Toscana
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Premesso che le suddette sono state provate dal sottoscritto solamente in estate, se vi doveste trovare nei dintorni di Chianciano, è d’obbligo una capatina notturna. Totalmente gratuite ed in buono stato, illuminate da un lampione, apprezzato dal sottoscritto, ma odiato dai puristi e maniaci sessuali.

Per arrivarci legalmente si parcheggia in paesino e si cammina in discesa per circa 15 minuti, ma forse meno. Per dovere di cronaca c’è gente che ci arriva direttamente in macchina, sfidando il divieto di transito e godendo in seguito della comodità di non doversi fare la salita al ritorno. E’ consigliata ma non necessaria una piletta per alcuni tratti della strada al buio, sconsigliate le infradito di gomma a causa della ripida discesa.

Per una cartina più dettagliata, anche col percorso parcheggio-terme, clicca qui.

 Visitato da Mattia

Un paio di weekend fa siamo capitati in un posto molto variegato: l’Osteria senza l’Oste.

All’incirca a Santo Stefano, in Valdobbiadene (TV), c’è una locanda senza locandiere, dove ci si può servire di ottimo prosecco, pane, affettati e uova sode, lasciando poi la somma che si preferisce.

Accolti dal simpatico cartello “Proprietà privata – accesso consentito ad amici, conoscenti e simpatizzanti” si accede ad una casetta sul ciglio di una collina ricoperta di vigneti.
Dentro, oltre a vari generi alimentari (prezzati), si trovano una chitarra, fogli volanti ricolmi di attestazioni di stima, taglieri e bicchieri.
Fuori, oltre ad alcuni tavolini di fronte alla casa, se si è fortunati ci si potrebbe accomodare su una terrazza (max 12 persone) immersa e ricoperta dalla vigna. Tempo permettendo il panorama è garantito. Ricordatevi di portare un mazzo di carte.

Secret place: se siete sulla terrazza, non scomodatevi per tornare in casa a cercare un’altra bottiglia di prosecco, guardatevi bene attorno e scoprirete un piccolo frigobar incastrato nel muro, proprio dietro di voi.

P.S. non ci sono cartelli nè insegne, per arrivarci chiedete indicazioni sul posto.

Visitato da Giulio, Laura, Gian, Giorgia, Tushio

category: Altro
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Osmize cioè Frasca, dal sapore tutto triestino e slavo. L’idea di fondo che sta dietro a questo accogliente locale è evidente dall’orario di apertura, dalle 9.30 alle 24.00. E’ un posto pensato per mangiare e bere bene ma soprattutto in compagnia e lungo tutta la giornata. Provvisto di giardino con tavolate, serve taglieri di affettati squisiti, formaggio fresco condito con olio evo sardo e fiori di finocchietto selvatico, pomodori secchi e olive sott’olio. Vino tradizionale, Malvasia o Terrano e un fantastico succo di mele bio autoprodotto. La prenotazione è obbligatoria, ma consente di stare ore e ore seduti a bere e mangiare giocando a carte o suonando una chitarra, al sole d’estate o al caldo della stufa d’inverno.

Il tutto lo trovate qui.

Visitato da Laura

Karim HotelDopo aver fatto una visita all’imponente Jama Masjid, tuffatevi senza esitazione nel suq islamico. Se ci siete arrivati senza essere stati uccisi dal traffico della città vecchia, non lasciatevi intimorire dalle teste di capretto appena tagliate e messe a cuocere sulla piastra e dirigetvi decisi verso il ristorante Karim Hotel. L’entrata è una calletta minuscola di cinque o sei metri che da su un cortile interno della città vecchia, ormai invaso dai condizionatori e dal cemento armato sgarrupato. Il ristorante islamico si è qui espanso in tutti i locali, formando un locale che è tutto intorno a te, come la vodafon o le polo. L’ambiente è smarzo e accogliente e il menù veramente ricco di prelibatezze di tutti i tipi. Io e il mio amico Tanaka abbiamo ordinato un pollo tandoori (che ha vinto su tutto), verdure miste cotte e cervello al curry. Per i più raffinatoni si trovano piatti anche meno particolari. Si esce dal locale con la pancia satolla e il portafoglio alleggerito un po’ più del solito per la media di Delhi (abbiamo speso circa 300 rupie a testa, ossia 5€). Insomma, mica male. Sempre che poi non siate troppo rilassati per trovare il coraggio di affrontare la città vecchia sotto il sole!

Visitato da Matteo

“Mio zio Ranieri è un omone grande e grosso che però si muove con incredibile agilità tra i fornelli e mi prepara deliziosi manicaretti”. Il tema di questo bambino descrive perfettamente il signor Ranieri, cuoco nonchè proprietario del ristorante Al Gnotul.

Il locale, caldo e accogliente, è frequentatissimo per il pranzo da operai e lavoratori della zona, il che è garanzia della qualità del cibo e del vino servito. Piatti tipici della tradizione locale, ingredienti genuini e portate abbondanti. Il menù a pranzo è fisso, e alla modica cifra di 10 euro si possono gustare primo, secondo, contorno, frutta, caffè, acqua e vino.

Se quando avete terminato il vostro pasto siete ancora in grado di camminare sulle vostre gambe potete visitare il castello di Rive d’Arcano, con le sue storie di assassinii truculenti e cadaveri murati.

Qui

Visitato da Laura

e Gianluca

Ambiente familiare, la sala dà su un piccolo salottino con divano, tv e playstation, oltre ad altri dettagli che ora non ricordo, che contribuiscono alla suddetta atmosfera.

Che dire, abbiamo mangiato 3 varietà di primi, bevuto vino, vin santo e cantucci, caffè. Il tutto a 10 euro a testa.

Diciamo che comunque che il prezzaccio può essere dipeso dal fatto che siamo arrivati tardi e probabilmente la signora ci ha dato gli “avanzi”. Vi consigliamo quindi di arrivare tra le 14 e le 15 per usufrire del dedotto “sconto avanzi”. Ma non fraintendete eh, il tutto molto molto buono e abbondante. Di particolare i pici col sugo di pan grattato.

Non riesco a trovare il posto su googlemaps, ma tranquilli che Montepulciano è piccola, e la disponiblità tipica dei toscani vi aiuterà a trovarlo.

visitato da Mattia

e Francesco

e Gianluca

e Laura

e Nükhet

categories: Italia, Locali
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Il cosiddetto “sushi wok” è un tipo di ristorante, rigorosamente gestito da cinesi, dove è possibile mangiare a sazietà pagando una quota fissa intorno ai 16€. Il menu a buffet va dal sushi ai ravioli cinesi al vapore, dal fritto all’insalata, dalle cose cucinate alla piastra a quelle saltate col wok.
Non necessariamente il nome del ristorante contiene sia “sushi” che “wok”, ma se dovete fare una ricerca su google sono i termini giusti da cui partire. Personalmente sono andato solo ai due che trovate nella mappa, ma più persone mi hanno garantito che ne esistono molti altri.

Tra le varie cose che accomunano i “sushi wok” c’è la stessa attenzione verso l’interior design. Molto bianco e molta fedeltà all’ambiente precedente. Ovvero, a Mestre sembra di stare in una mensa e a Padova sembra di stare in un magazzino.

La prima volta che ci sono andato ho rischiato l’indigestione a causa della mia voracità. Così ho capito che esistono diversi approcci:

  1. mangio solo quello che conosco
  2. mangio quello che conosco ma assaggio anche il resto
  3. mangio un po’ di antipasto, qualcosa di fritto, del sushi, a scelta passo tra wok o piastra, il dolce
  4. devo riuscire a mangiare tutto quello che vedo

In generale è meglio sapere che: quello che si piastra non si wokka e viceversa, non tutto quello che sembra fresco è fresco.

Visitato da Giulio

A due passi da Refrontolo, luogo che conosciamo ed apprezziamo, trovasi questa pittoresca ed antica chiesetta. Adagiata su ameno colle ed orientata verso sud-est, guarda verso la formicolante Conegliano. All’interno, l’aspetto più emozionante sono le porporzioni perfettamente carolige della navata centrale: profonda ed alta, e limitata nell’ampiezza. Nel catino dell’abisde, un frammento di Pantokrator, databile al XII-XIII secolo. Si parla di un ampiamento del XI sec., ma forse sarebbe meglio parlare di epoche successive, viste le evidenti forme gotiche sia delle navate laterali, che del portichetto esterno. Di per sè il luogo è pittoresco, ma è notevole anche per gli affreschi che vi si osservano, sia all’esterno che all’interno della chiesa, non tanto per la qualità pitorica quanto per l’interesse iconografico. Sono stati recentemente restaurati, anche se forse in maniera un po’ troppo “decisa”. Vi segnalo i più significativi, in ordine temporale:

1) catino dell’abside: ribadisco l’interesse del Pantokrator, tardiva testimonianza delle influenze bizantine anche sui luoghi periferici dell’entroterra veneto (XII-XIII sec.)

2) esterno, sotto il portico: un “Cristo della Domenica” (XIV sec.?), rara iconografia che si può distrattamente scambiare per un “Uomo dei dolori” (Cristo attorniato dagli oggetti della sua passione). Ma questo Cristo, pur essendo attorniato da oggetti che lo feriscono, non si riferisce alla passione. Gli oggetti sono utensili che vengono utilizzati per il lavoro: ma quello stesso lavoro che secondo san Benedetto “nobilita l’uomo”, se viene esercitato nei giorni sacri è un’offesa per la divinità. Questo è un portato dell’Antico Testamento (Esodo 20, 8-10); poco importa se lo stesso Cristo lo avesse aspramente contestato (Matteo 12, 9-14; Marco 3, 1-6; Luca, 6, 6-11: “I Farisei e i maestri della legge stavano a vedere se Gesù lo guariva in giorno di sabato, per avere così un pretesto di accusa contro di lui [...]. Poi Gesù chiese agli altri: ‘Ho una domanda da farvi: che cosa è permesso fare in giorno di sabato? fare del bene o fare del male? salvare la vita di un uomo o lasciarlo morire?’”). Ma, si sa, molto spesso le iconografie si sviluppano seguendo fonti scritte non ortodosse, oppure senza seguirne nessuna. E quindi eccovi, all’esterno della chiesa, ben visibile a tutti gli smemorati passanti, un pro-memoria per tutte le azioni da non compiere nel giorno del signore.

3) navata principale: lungo la navata, sopra le arcate su due ordini sono raffigurate la vita di Cristo in alto e storie dall’Apocalisse in basso (XIV-XV sec.?; già questo è curioso, di solito l’ordine è invertito). Nell’Apocalisse san Giovanni narra di essere asceso al trono divino e descrive la “corte” della Gerusalemme Celeste”. Qui vede quattro esseri dalla froma di leone, toro, uomo, aquila, ciascuno con sei paia d’ali e molti occhi (Apocalisse 4, 5-11); questo essere ricorda sia il tetramorfo descritto dal profeta Ezechiele (Ezechiele 1, 10), che a sua volta riporta a mostri cosmologici babilonesi. Lo strano animale, si sa, ha fornito lo spunto per la rappresentazione iconografica degli evangelisti. Nell’affresco di San Pietro, invece, al posto del tetramorfo vengono rappresentati gli evangelisti, con tanto di rispettivi vangeli, ma con parziali sembianze zoomorfe. Attorno al trono di Cristo con la Vergine, appaiono questi personaggi che ricordano le divinità egizie: corpo d’uomo e testa d’animale.

4) navata laterale sx., prima campata: un’intera cappella dipinta con storie della vita di san Sebastiano (XV sec., fine?), ancora in tardo stile gotico. Curiosi gli episodi abbastanza rari legati all’attività iconoclasta del santo, che (secondo la tradizione della Legenda Aurea) avrebbe compiuto miracoli in favore degli idolatri in cambio, da parte degli stessi, della distruzione di statue dedicate agli dei e oggetti astrologici. La tradizione vuole che in questo modo fossero distrutti più di duecento idoli. Ahimè.

visitato da Luca

Curioso caso di “cattolico illuminato”, quello del marchese Scipione Maffei, ma, in realtà, figura abbastanza tipica dell’Italia settentrionale del Settecento: formato dai gesuiti, ufficiale dell’esercito bavarese, ma anche erudito, antichista, storico, letterato. Convinto assertore dell’inesistenza della magia e dell’occulto, come la moda prevedeva tra tutti i suoi colleghi illuministi. Convinto assertore della libertà della conoscenza, comincia a mettere assieme una vasta collezione di pezzi antichi, per lo più iscrizioni epigrafiche. Raccoglie collezioni già esistenti, e talvolta, pare, rubacchia qua e là dei pezzi. Nel 1719, in una lettera, scrive: «Che giova averne due quattro o sei [si riferisce alle lapidi, ovviamente]? quando non se n’ha serie e molte quantità non fanno effetto alcuno. Che giova privatamente averne in villa o quasi nascoste qua e là? quando non siano in un luogo libero e a tutti pubblico, per gli studiosi sono inutili». Da questa avvenieristica azione nasce quello che fu la prima raccolta aperta al pubblico di epigrafia, il Museo Lapidario Maffeiano (qui e qui). Ricordiamo a beneficio di tutti che parliamo del secondo decennio del ’700, epoca in cui l’idea stessa di museo, un luogo aperto alla fruizione pubblica, era ancora a venire; ma l’Illuminismo piantava i primi semi che si sarebbero sviluppati nei secoli successivi.

Avvenieristica fu pure, per l’epoca, l’idea di creare uno specifico contesto architettonico per ospitare i pezzi: un’idea che avrebbe creato un importantissimo precedente iconografico ma non solo per l’evoluzione architettonica dei musei. Oggi l’edificio ha subito numerosi rifacimenti, in epoche diverse. Rimane uno spazio aperto, ricordo della corte con peristilio originale (in alto la veduta). All’interno, invece, vengono ospitate opere greche, etrusche e romane; oggetti di culto, iscrizioni votive, ma per lo più monumenti funebri (qui sopra). Cammini nel silenzio del museo, dove non c’è nessuno, tranne una guardiasala, in mezzo a questi piccoli ricordi, minori sia nella fattura che nelle dimensioni: testimonianza di piccole vite finite. Secoli fa. Memorie di un amico naufragato in mare, di un fratello non tornato dalla guerra, di un figlio piccolo che ebbe il nome di un attore famoso (la stele che si vede qui sopra con i due genitori e il piccolo in mezzo). E mentre da fuori viene attutito il rumore della gente (ieri passava il Giro d’Italia da Verona), capisco che mi trovo più a mio agio qui dentro, in mezzo a gente che non c’è più da due migliaia di anni, ma che ancora cerca di dirmi qualcosa, attraverso queste pietre. Il minimo che posso fare è onorarli anche io.

visitato da Luca

Già il fatto che arrivi e suoni al citofono per entrare (come scritto nel sito) può essere simpatico. Civico numero uno di Prato della Valle, Palazzo Angeli. Se poi capiti di là la terza domenica del mese, non solo il biglietto è gratuito, ma poi trovi in piazza il mercatino delle pulci. Insomma: suoni, fai tre piani di scale e arrivi nel sottotetto del Palazzo che ospita il Museo. Magari piccolo in quanto a metri quadri ma veramente ricco e curioso in quanto a pezzi conservati: trattasi della collezione privata di Laura Minici Zotti, che è anche la direttrice del Museo stesso. E quando c’è da azionare le macchine, pure di questo si occupa. Questi spazi infatti raccolgono svariate invenzioni settecentesche e ottocentesche che simulano vedute, tridimensionalità, movimento. Insomma, tutti i precedenti tecnici di Avatar… Su tutte la serie interessantissimea di “Lanterne Magiche“, ovverosia un antenato dei moderni proiettori; con la differenza che al posto delle diapositive ci sono vetrini dipinti a mano, alcuni dei quali con movimenti meccanici, o in serie (come sopra nell’immagine).

Chicca finale: una camera ottica puntata all’esterno, su Prato della Valle. La camera ottica è uno strumento già descritto anticamente, probabilmente usato già alla fine del ’400, ed entrato in auge con la grande stagione vedutistica del ’700. Antonio Canal detto Canaletto, tanto per citare qualche utilizzatore. Prima, forse anche Vermeer.

visitato da Luca